lunedì 14 aprile 2008

Al voto!!! Conclusioni


Abbiamo perso. Chi vuole cambiare l'Italia ha perso.
La percentuale dei votanti è stata del 81%, 2,6% in meno rispetto al 2006. In pratica circa solo un milione di italiani, la differenza tra gli astenuti di questa tornata e quella del 2006, hanno considerato inutili ed illegittime queste elezioni.

Poi ci sono gli altri, L'OTTANTUN PER CENTO, CIRCA QUARANTA MILIONI DI PERSONE, che tutte, ma proprio tutte ve lo assicuro, si idignano per le leggi ignobili, aborriscono l'indulto, mugugnano per lo strapotere di Berlusconi, grufolano per la sicurezza e il blocco l'immigrazione, frignano per gli aumenti dei prezzi, si lagnano per le grandi/inutili opere e per gli eco-mostri, vogliono la diminuzione delle tasse, manifestano contro l'inceneritore di fianco a casa loro, parlano di lotta alla mafia, invocano riforme forti, chiedono la riduzione dei costi della politica, ma che alla fine DELEGANO SEMPRE GLI STESSI.
Berlusconi che conta 2 amnistie, 2 assoluzioni per depenalazzazione del reato da parte dello stesso, 6 prescrizioni, che ha 3 processi ed una indagine in corso, che candida 58 condannati in via definitiva la parlamento; Veltroni figlio di un partito che è capace solo di fare l'opposizione, che si dichiara candido e schiera tra le sue fila Carra e Crisafulli nonchè baffino che proteggeva le scalate della BNL e che è un prescritto pure lui come il suo amichetto di Arcore; Bertinotti il comunista con le mani di velluto, che frequenta i salotti buoni per sconfiggere il nemico dall'interno, se aspetta ancora un pò, però, muore prima di poterlo fare; Bossi che vuole solo criminali autoctoni altrimenti lui se la passerebbe molto male visto la sua fedina penale; Casini che va al family day lui che è divorziato, che difende Mastella, che si circonda di gente che fa festini a base di troie e bamba.

Non è bastato tutto ciò che abbiamo letto su internet, tutto ciò che ha detto Grillo, tutto ciò che abbiamo letto sul libro "La Casta", non sono bastate le inchieste, gli scandali dalla depenalizzazione del falso in bilancio all'indulto.
NON BASTA NON BASTA NON BASTA.

Gli Italiani vogliono prenderlo nel culo.

Contenti Voi, contenti tutti.

lunedì 7 aprile 2008

Al voto!!! Vol. III


Oramai ci siamo, manca poco, talmente poco che quasi siamo già in cabina. Per chi ha voglia di andarci perché oramai a molti è scappata soprattutto quella.. la voglia. Niente di strano in tutto ciò, con la bella combriccola che gira in parlamento chi se la sente di impegnarsi ancora in quella pantomima che è diventata la demos crazia, ovvero “governo del popolo”, italiana?
Voglio però approfondire per l’ultima volta il significato dell’astensionismo esercitato tramite lo starsene a casa, l’annulare la scheda o lasciare la stessa in bianco perché, siamo chiari e sinceri, non esiste la possibilità di esercitare quello che viene chiamato “l’astensionismo attivo”. E’ una bufala, come avevo già ipotizzato in questo post, internettiana tipica di questi tempi in cui la disinformazione è la classica ciliegina sulla merda di una società già di per se del cazzo, che richiama un po’ quella voce che veniva sparsa ai tempi di DC/PSI/PC, quando, tramite un passaparola vocale, si diceva che votare scheda bianca volesse dire regalare il voto al vincente. Niente di più errato, votare scheda bianca favoriva il vincente nella misura in cui non avendo espresso il voto si favorisce chi ha vinto per il solo fatto che non si è votato il suo contendente. Ma lo stesso succede anche annullando la scheda (magari disegnando il solito cazzo stilizzato). La vera differenza è che la scheda bianca può essere “trasformata” in un voto (vi dice niente “brogli”), la scheda nulla no. Ecco forse il motivo per cui giravano certe voci.
Giravano poi altre voci al tempo della Dc, ovvero che chi non va a votare perde i suoi diritti. Palle. Chi non va a votare non esercita il diritto del voto e si cucca chi è stato eletto da altri. Basta. Anche oggi qualcuno ha detto che chi non va a votare poi non si può lamentare di chi è stato eletto. Palle anche queste in quanto, allo stato attuale delle cose, io non posso eleggere nessuno in quanto, grazie all’attuale legge elettorale definita porcata dallo stesso che l’ha scritta, dei 900 parlamentari passa da eleggere, più o meno 800 di questi sono già state scelti da una oligarchia direi ben poco illuminata, visti i risultati, ed hanno già un posto assicurato in parlamento mesi prima del voto, i restanti 100 (e sono stato largo) verranno scelti dopo che si saprà chi ha vinto o perso, ma non verranno comunque scelti da noi ma sempre dall’oligarchia, chiaro.
Concludendo: l’astensionismo attivo non esiste, non è previsto da nessuna legge, da nessun regolamento, da niente di niente. Chi entra nel seggio può chiedere la scheda e se la chiede deve entrare in cabina e fare ciò che vuole tra: scegliere un partito, annullare una scheda, non scegliere nulla. Altri tipi di azione tipo dichiarare di non voler votare e rifiutare la scheda possono portare ad un unico risultato: essere allontanati dal presidente di seggio, tramite la forza pubblica presente in ogni sezione elettorale, per intralcio al voto.
Il resto sono tutte cagate senza un minimo di senso, senza logica democratica (la quale prevede la possibilità di astenersi ma senza rompere le palle), senza fondamento giuridico.
Io personalmente mi asterrò standomene a casa, e se devo consigliare qualcosa, consiglio di non votare scheda bianca perché favorisce i brogli vedi Caserta ed i 14 Prefetti cambiati a meno di un mese dalle elezioni del 2006. Mi astengo e ritengo di non essere assolutamente un qualunquista o un menefreghista anzi, penso che i veri menefreghisti sono coloro che votano e delegano. Perché ora come ora vista la situazione, chi vota lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, per votare il meno peggio, non perché ci creda veramente, ed allora non fa un atto di coscienza, delega e forse fa la cosa peggiore. Stiamo a casa e dal giorno dopo tiramoci su le maniche e rifacciamo tutto, noi però NON QUELLE 4 MUMMIE CHE CI PARLANO TUTTI I GIORNI DALLA TV. Grillo sarà in piazza con il V day 2 a breve, non è la soluzione ma è un buon inizio.

giovedì 3 aprile 2008

Massimo D'Alema "Il fascista mafioso rosso"

Massimo D'Alema (Roma, 20 aprile 1949) è un politico italiano, già Presidente del Consiglio dei Ministri dal 21 ottobre 1998 al 25 aprile del 2000. È stato il primo ex esponente del Partito Comunista Italiano a ricoprire il più alto ufficio del potere esecutivo in Italia.

È stato segretario del Partito Democratico della Sinistra dal 1994 al 1998 e presidente dei Democratici di Sinistra dal 2000 al 2007. È vicepresidente dell'Internazionale Socialista e deputato eletto nel gruppo dell'Ulivo. La sua vita è quella di un predestinato, la politica la esercitata sin dalla più tenera età vincendo subito da giovane la sua più grande, oltre che prima ed unica, battaglia quella di abolire gli orari di rientro e di far entrare le ragazze nel collegio ove passava le sue spendierate giornate di universitario. Si è distinto per non aver mai messo piede in una fabbrica, nemmeno per sbaglio o per una visita di cortesia.

D'Alema è sposato con Linda Giuva, foggiana, professoressa associata di archivistica generale presso l'Università degli Studi di Siena, e ha due figli, Giulia e Francesco. È figlio di Giuseppe D'Alema, che è stato anche deputato del PCI, e Fabiola Modesti.

A causa del lavoro del padre Giuseppe la sua famiglia si trasferiva spesso da una città all'altra. La madre racconta che con il marito si decise di non imporre nulla al figlio, soprattutto in materia di religione, ma che già a sei anni «era interessato a tutto e gli piaceva tanto qualsiasi cosa sapesse di politica».
Nei primi giorni di scuola si dichiarò ateo e non partecipò alle lezioni di religione, cominciando uno scontro con la maestra, che secondo lui ogni giorno faceva «la solita propaganda democristiana» e anticomunista.

A Monteverde Vecchio era iscritto ai pionieri (associazione comunista per ragazzi e ragazze fino ai 15 anni) coi figli di Giancarlo Pajetta. Quando in quel quartiere si tenne un congresso del partito, fu scelto – aveva appena nove anni – come rappresentante dei pionieri: la madre ricorda che volle scriversi da solo il discorso per poi saperlo meglio, e che fece un'ottima figura, tanto da far dire a Togliatti «Capirai, se tanto mi dà tanto questo farà strada».

La sua militanza politica cominciò nel 1963, quando a 14 anni si iscrisse alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). D'Alema è sempre stato considerato un «figlio del partito», perché è cresciuto in un ambiente "di partito": il PCI pervadeva la vita dei genitori e numerosi alti dirigenti del PCI erano amici di famiglia e lo conoscevano fin dalla sua infanzia, e in seguito ha percorso tutti i gradi della militanza.

A Genova, città presso la quale il padre era segretario regionale del PCI, si occupò di organizzare il movimento studentesco nella propria scuola, il liceo Doria: ad esempio per le manifestazioni contro la guerra in Vietnam.


Massimo D'Alema in compagnia di Fabio Mussi (1968) dopo aver conseguito la maturità classica, nell'ottobre del 1967 si trasferì a Pisa per frequentare la Normale (corso di filosofia): arrivò quinto all'esame di ammissione. I vincitori del concorso ricevevano (e ricevono) vitto e alloggio gratuito nella sede storica di piazza dei Cavalieri.

All'esame di ammissione conobbe Fabio Mussi, che arrivò subito dopo di lui in graduatoria e ebbe una camera proprio a fianco alla sua. I due fecero subito amicizia e parteciparono assieme in posizione eminente alle grandi contestazioni degli studenti della Normale del periodo: recentemente era stato espulso Adriano Sofri, che aveva infranto le rigidissime regole del collegio, che vietavano fra l'altro di far entrare delle ragazze nelle camere. Dopo varie occupazioni, il regolamento fu modificato (liberalizzazione degli accessi ed abolizione dell'obbligo di pernottamento e dei rientri a orari predeterminati). In seguito, Mussi e D'Alema rischiarono anche l'espulsione, ma grazie all'appoggio di alcuni professori e all'impegno nello studio si salvarono.

Grazie a queste esperienze, i due entrarono quasi subito nella dirigenza locale del PCI (il cui segretario fra l'altro aveva accolto calorosamente D'Alema, essendo un vecchio amico del padre) e organizzarono molte iniziative e manifestazioni rischiando spesso il carcere e scontrandosi coi più radicali elementi di Lotta continua, che ritenevano D'Alema troppo allineato alla posizione del PCI.

D'Alema, però, si ritirò poco prima di discutere la tesi, che doveva essere sull'opera Produzione di merci a mezzo di merci dell'economista Piero Sraffa, amico di Antonio Gramsci. Secondo l'amico del tempo Marco Santagata vi rinunciò per non essere sospettato di favoritismi, poiché l'intellettuale del PCI Nicola Badaloni era diventato preside di Lettere e Filosofia; sicuramente influirono notevolmente in questa scelta gli impegni politici assunti da D'Alema prima a livello locale, a Pisa, e poi a livello nazionale con la segreteria della FGCI.

Poco dopo entrò nel comitato federale nel partito e divenne capogruppo in consiglio comunale. In tale veste fu uno dei promotori della giunta Lazzari del luglio 1971, un esperimento inedito sostenuto da PCI, PSI, PSIUP e una parte della DC per superare un momento di stallo e votare il bilancio comunale.

Con questo, D'Alema conquistò l'attenzione dei vertici del partito e si fece la fama di aspirante capo del partito. Tuttavia non mancarono le contestazioni della sua linea, che provocò grandi discussioni: era ritenuto un saputello presuntuoso e si temevano le sue relazioni coi movimenti estremisti. Un altro ostacolo erano i commenti moralisti sulla sua relazione libera e aperta con Gioia Maestro, conosciuta da poco: ostacolo che fu rimosso con un matrimonio celebrato il 19 aprile 1973 e concluso un anno e mezzo dopo.

Nel 1975 Enrico Berlinguer stava cercando un successore per Renzo Imbeni alla guida della FGCI (che non è la "Federazione Italiana Giuco Calcio", ndr), per la quale voleva un nuovo corso: che la risollevasse dalla diminuzione degli iscritti e la portasse più vicina alla linea del Compromesso storico.

Il successore designato era Amos Cecchi, ma il suo protettore Carlo Alberto Galluzzi fu sostituito nella carica di supervisore della FGCI dall'amendoliano Gerardo Chiaromonte, amico di famiglia dei D'Alema, che scelse il futuro segretario fra D'Alema e Mussi, optando infine – dopo una cena informale coi due – per il primo, che pure non era formalmente iscritto all'organizzazione come previsto dallo statuto: la scelta di uno sconosciuto sembrò ai membri della FGCI un atto di forza e un attentato all'autonomia dell'organizzazione(protettori, amici di famiglia... manco a Cutro, ndr).

In quel periodo il motto della FGCI era stare nel movimento: D'Alema cercò di mediare fra la sinistra extraparlamentare e il Partito per evitare una rottura definitiva, inizialmente senza grande costrutto. Per dare consistenza a questa prova di dialogo, si creò il settimanale Città futura, che arrivò a vendere 50.000 copie: era diretto da Ferdinando Adornato e ospitava articoli di persone dalle opinioni più varie, animato da Umberto Minopoli, Claudio Velardi, Giovanni Lolli, Goffredo Bettini, Marco Fumagalli, Walter Vitali, Giulia Rodano, Livia Turco, Leonardo Domenici: secondo D'Alema «l'ultima generazione di quadri del partito. Il giornale chiuse poco dopo.

Tuttavia, dopo il rapimento di Aldo Moro nel 1978 la FGCI prese più le distanze dagli autonomi, scegliendo di emarginare i terroristi. D'Alema tuttavia cercò di recuperare parte del movimento continuando la propria opera di mediazione: ebbe occasione di parlare con Berlinguer, che era colpito personalmente dal conflitto generazionale, dato che il figlio Marco Berlinguer si era portato su posizioni estremistiche: in un famoso discorso a Genova preparò alla rottura dell'unità nazionale, con un forte richiamo ai giovani, che «in fondo sono figli nostri» anche quando esageravano. Ai tempi si ebbe l'impressione che Napolitano e Chiaromonte imputassero questa svolta a sinistra a D'Alema, che fu mandato in Puglia senza un incarico, come per punizione.

Il 19 marzo 1980 D'Alema arrivò a Bari, dove venne accolto dal segretario locale della FGCI, Renato Miccoli, con cui avrebbe convissuto per quasi quattro anni. Come primo atto da responsabile di stampa e propaganda acquistò la televisione locale TvZeta, finanziata anche con dei concerti. Poco dopo fu promosso responsabile dell'organizzazione. Come tale, partecipava a tutti i comizi, manifestazioni e incontri del partito, per costruire un rapporto diretto con la base del partito ed essere indipendente dal resto della dirigenza, che gli era ostile, ritenendo il suo arrivo un commissariamento.

I suoi discorsi inizialmente furono giudicati troppo freddi, ma imparò presto le tecniche oratorie e conquistò la base, così che quando dopo le fallimentari amministrative del 1981 (vinte dai socialisti) il segretario regionale si dimise fu eletto al suo posto: la sua rafforzata posizione aveva permesso a Berlinguer e Alessandro Natta di premere in suo favore senza esporsi eccessivamente.[2]

Poco dopo, Berlinguer sferrò delle pesanti accuse al PSI e alla politica clientelare in generale (la cosiddetta questione morale), in particolare in un'intervista a Scalfari ne la Repubblica del 28 luglio 1981. D'Alema si attestò sulla stessa posizione e cominciò una dura battaglia per impedire al PSI di fare della Puglia una solida base politica e di potere: la prima mossa fu ostacolare ogni alleanza locale fra PSI e DC; a questo scopo formò a Bari una giunta di sinistra col socialista Rino Formica, mentre in molti altri comuni si alleò colla DC. Infine, nonostante le resistenze interne al partito, strinse un'alleanza con la DC anche per la Regione.

Con questo curriculum, al congresso del 1983 fu eletto a membro della direzione nazionale, assieme ad altri dirigenti locali come Piero Fassino, Giulio Quercini e Lalla Trupia.

In qual periodo-a detta dell'Espresso nei tardi anni 80-si data il soprannome "spezzaferro" per al sua capacità di spezzare le grette della bottiglie con la sola forza delle mani.[citazione necessaria]

Nel 1984, Berlinguer portò con sé D'Alema al funerale di Jurij Andropov, nonostante fosse soltanto un giovane dirigente locale, per dare un forte segnale di rinnovamento e, si ipotizzò allora, per prepararlo alla successione in un congresso di due anni dopo. Berlinguer però morì poco dopo e gli successe Alessandro Natta, una soluzione di transizione in vista dell'elezione a segretario di uno dei giovani selezionati da Berlinguer, di cui Occhetto e D'Alema erano i due più in vista. Natta diede a D'Alema l'importante incarico dell'organizzazione, mentre Achille Occhetto nel luglio del 1987 fu nominato vicesegretario.

Quando il 30 aprile 1988 Natta ebbe un infarto, D'Alema – che in quel periodo era direttore de l'Unità – a Italia Radio parlò per primo della successione, senza discuterne con lui. Nel frattempo Occhetto e D'Alema avevano spinto per modificare la linea del partito, rendendola più aggressiva verso il PSI di Bettino Craxi e più aperta verso un cambiamento del sistema politico imperniato sul maggioritario.

Fu eletto deputato per la prima volta nel 1987, nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto. (ce lo tiriamo a dietro dal 1987!!!)

Nel 1990 concluse l'esperienza a capo de L'Unità: Occhetto aveva bisogno di lui per dare seguito alla Svolta della Bolognina. D'Alema, da coordinatore della segreteria, si occupava dei rapporti con l'ala sinistra del partito ed era una garanzia di stabilità, per il suo essere un «figlio del partito» che non l'avrebbe mai tradito o gettato a mare; al contrario, Occhetto appariva voler approfittare della svolta per demolire parte della tradizione del partito con cui non era a proprio agio. Infatti nel suo libro Il sentimento e la ragione Occhetto scrive che D'Alema affrontò la svolta descrivendola come una "dura necessità", impostazione che strideva con la sua.

D'Alema divenne da subito coordinatore della segreteria del neonato partito, acquistandovi una posizione eminente (anche grazie al controllo delle leve organizzative) e quasi facendo ombra a Occhetto, tanto da essere considerato il vicesegretario di fatto, cosicché, nell'aprile 1992, fu escluso dalla direzione per diventare capogruppo alla Camera (dopo essere stato capolista alle elezioni).

Contemporaneamente Walter Veltroni, responsabile della propaganda, fu promosso da Occhetto alla direzione de l'Unità.

A maggio, nell'instabilità esacerbata dall'attentato a Giovanni Falcone, D'Alema orchestrò con Ciriaco de Mita la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, contro Occhetto che sosteneva il repubblicano Giovanni Spadolini.

Quando si formò il primo governo Amato, D'Alema non votò la fiducia, ma cominciò una fase di dialogo e di collaborazione per superare le difficoltà (politiche e finanziarie) del momento: dopo la crisi del governo, D'Alema – primo ex comunista – fu intervistato dal giornale della DC Il Popolo. In tale intervista, accreditò l'idea di un governo sostenuto dai partiti riformatori ma guidato da un uomo nuovo: era il profilo di Romano Prodi, ma per quella fase si scelse di formare un governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi, per cui giurarono anche dei pidiessini, che però Occhetto ritirò dopo che il Parlamento aveva negato ai magistrati l'autorizzazione a procedere contro Craxi; il PDS non votò la fiducia ma D'Alema mantenne dei contatti di collaborazione col governo, di cui avrebbe voluto accentuare il carattere politico accreditando il PDS (e sé stesso) come forza di governo.

In seguito alla vittoria del PDS alle amministrative del 1993 tuttavia si accelerò per le nuove elezioni, che si tennero nel 1994 e furono però vinte da Silvio Berlusconi, dopo che D'Alema e Occhetto erano stati messi al centro di un polverone mediatico in seguito all'iscrizione nel registro degli indagati per Tangentopoli: D'Alema fu eletto nel collegio n°11 della Puglia.

In seguito alla sconfitta elettorale, Achille Occhetto si dimise e per la successione sostenne Veltroni contro D'Alema. Eugenio Scalfari su la Repubblica suggerì di scegliere il segretario con un referendum, che la direzione del partito decise di tenere fra tutti i 19.000 dirigenti centrali e locali del partito.

Piero Fassino si occupava di promuovere la candidatura di Veltroni; Scalfari scriveva che se fosse stato eletto D'Alema non sarebbe cambiato nulla; esperti di immagine lo bocciavano; Giampaolo Pansa lo soprannominava «baffino di ferro»: infatti i baffi furono eretti a simbolo del suo presunto stalinismo, o comunque attaccamento a una vecchia concezione del partito e della politica.

Al referendum parteciparono solo 12 mila aventi diritto, di cui circa 6 mila votarono per Veltroni e circa 5 mila per D'Alema; poiché nessuno aveva conseguito la maggioranza, la decisione fu rimandata al Consiglio nazionale, composto di 480 membri, che furono pressati da una parte da Fassino e dall'altra da Claudio Velardi, il quale aveva conosciuto D'Alema all'inizio della sua carriera parlamentare e ne era diventato il collaboratore più fedele, ed era aiutato da una squadra di dalemiani (quasi tutti ex esponenti della FGCI).

Il primo luglio 1994 D'Alema fu eletto Segretario nazionale con 249 voti a 173: secondo lo stesso diretto interessato ciò avvenne perché il partito voleva un cambiamento rispetto alla politica di Occhetto, cui Veltroni era troppo vicino.

Il 21 aprile 1996, a seguito di una nuova tornata elettorale che vide prevalere la coalizione de L'Ulivo sul centro-destra, riconfermò il proprio seggio.

Il 5 febbraio 1997 D'Alema venne eletto presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali, dopo aver convinto l'allora capo dell'opposizione, Berlusconi, a sostenere la sua candidatura. Il 9 ottobre 1997, dopo che Rifondazione Comunista tolse l'appoggio al governo, Prodi si dimise temporaneamente. D'Alema sarebbe stato orientato verso elezioni anticipate, approfittando della difficoltà del Polo e della stessa Rifondazione. Prodi però riuscì a trovare un compromesso con Fausto Bertinotti e la crisi rientrò.

Il 9 ottobre 1998 cadde il governo Prodi e Scalfaro incaricò D'Alema che accettò e ottenne la fiducia del Parlamento.

Ricoprì la carica di presidente del Consiglio dei Ministri in due mandati consecutivi.


Il primo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999.

D'Alema fu il primo esponente dell'ex PCI ad assumere la carica di presidente del Consiglio. Sostenne l'intervento NATO nella guerra del Kosovo, attirandosi così le critiche dell'ala pacifista della sua coalizione. Nell'ottobre 1999 venne annunciata una crisi di governo pilotata allo scopo di farvi entrare I Democratici, ma passarono due mesi perché si arrivasse al D'Alema bis.

Il secondo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000.

Diede le dimissioni in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali, in cui si era pubblicamente annunciato come certo vincitore. In particolare D'Alema ricevette la delusione peggiore dalla vittoria nel Lazio di Francesco Storace, esponente di Alleanza Nazionale e candidato della Casa delle Libertà. Gli successe nella carica di premier Giuliano Amato, che prima ricopriva l'incarico di Ministro del Tesoro.

Durante il suo governo ci fu la scalata della Telecom e la fusione con la Olivetti. Il governo non esercitò il suo diritto di intevento. Nel quadro azionario di Telecom il Ministero del Tesoro aveva ancora una quota del 3,5%, pari a due miliardi di euro. Il Tesoro non si presentò all'assemblea degli azionisti che doveva decidere le contromisure alla scalata, preferendo mantenere neutralità rispetto all'operazione. La legge sulla golden share permetteva infatti al Tesoro il diritto di veto sull'operazione, ma tale diritto era contestato in sede europea.

All'opposizione rispetto al secondo e al terzo governo Berlusconi, dal giugno 2004 al maggio 2006 è stato membro del Parlamento Europeo per la lista Uniti nell'Ulivo nella circoscrizione sud, eletto con 832 mila voti. È stato iscritto al gruppo parlamentare del Partito Socialista Europeo.

Alle elezioni politiche del 2006, vinte della coalizione di centrosinistra, Massimo D'Alema è stato eletto deputato ed ha quindi rinunciato alla carica di Parlamentare europeo. È stato proposto in modo informale da L'Unione per la Presidenza della Camera dei Deputati. Lo stesso D'Alema ha poi rinunciato a questo incarico per evitare possibili divisioni all'interno della coalizione e facilitando così la proposta e la successiva elezione di Fausto Bertinotti.

Nel maggio del 2006, alla scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi e dopo la rinuncia di quest'ultimo ad un possibile nuovo reincarico, è stato per alcuni giorni proposto in modo informale dal centrosinistra per la Presidenza della Repubblica. Data la divisione che il suo nome ha provocato nel mondo politico, l'Unione, dopo una nuova rinuncia di D'Alema, ha preferito convenire per il Quirinale sul nome di un altro esponente dei DS, Giorgio Napolitano, eletto presidente della Repubblica il 10 maggio 2006.

Il 17 maggio 2006 è stato nominato ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio nel Governo Prodi II. Durante il suo mandato hanno ricevuto una certa rilevanza nel 2006 l'intervento per una missione in pace in Libano, in collaborazione con la Francia.

Il 21 febbraio 2007 è stato chiamato in Senato a riferire sulle linee guida di politica estera del governo, dopo aver dichiarato pubblicamente che qualora non si fosse raggiunta la maggioranza sulla mozione il governo si sarebbe dovuto dimettere. L'esito della votazione seguita alla sua relazione (158 favorevoli, 136 contrari e 24 astenuti) ha visto battuto il governo (non essendo stato raggiunto il quorum di voti favorevoli necessario, pari a 160 voti), motivo per cui il presidente del consiglio Romano Prodi ha rassegnato le dimissioni. Rinnovata la fiducia al governo, D'Alema ha ripreso a ricoprire la carica di ministro degli Esteri fino alla caduta del Governo Prodi il 24 gennaio 2008. Attualmente è Ministro degli Affari Esteri, in carica per il disbrigo degli affari correnti.

È membro della Conferenza dei presidenti di delegazione; della Commissione per il commercio internazionale; della Commissione per la pesca; della Commissione per gli affari esteri; della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa; della Delegazione Permanente per le relazioni con il Mercosur; della Delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb e l'Unione del Maghreb arabo (compresa la Libia).

Nel dicembre 2000 è stato eletto presidente dei Democratici di sinistra (Ds); ha mantenuto la carica fino ad aprile 2007.

Nell'ottobre 2003, nel corso del 22° Congresso dell'Internazionale Socialista, tenutosi a San Paolo del Brasile, è stato eletto vicepresidente della stessa.

Attualmente è presidente della Fondazione di cultura politica Italianieuropei.

Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico che riunisce i leader delle componenti del futuro PD.

Non si deve dimenticare che nei primi mesi del 1993, quando l'inchiesta di Mani Pulite iniziava ad occuparsi delle cosiddette tangenti rosse al PCI-Pds, D'Alema definiva spregiativamente il pool «il soviet di Milano».

Il 5 marzo 1993, il governo di Giuliano Amato approvò il decreto Conso, con cui il parlamento cercava una "soluzione politica" a Tangentopoli. Il decreto fu contestato da gran parte della popolazione, non fu firmato dal presidente Scalfaro e fu criticato dal PDS. Questo episodio fu causa di attrito fra D'Alema e Amato: il presidente del consiglio accusò il PDS di aver tenuto un comportamento ambiguo.

Nel 1985 Massimo D'Alema ricevette 20 milioni di lire da parte del miliardario barese Francesco Cavallari, che fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. I soldi erano destinati al Partito Comunista Italiano, di cui D'Alema era all’epoca segretario regionale pugliese. Per questo finanziamento illecito D'Alema è stato inquisito ma, a causa dello scadere dei termini di prescrizione nel 1995, il procedimento è stato archiviato dal gip Concetta Russi. L'episodio è stato ammesso dallo stesso D'Alema quando il reato era destinato a cadere in prescrizione.

Nel 1995 D'Alema rimase coinvolto in Affittopoli, uno scandalo scoperto da Il Giornale: enti pubblici davano in locazione a VIP appartamenti a prezzi agevolati. Dopo una dura campagna mediatica D'Alema lasciò l'appartamento per comprare casa a Roma, ma solo dopo essersi presentato alla trasmissione di Rai 3 condotta da Santoro, dal titolo Samarcanda, in cui ha giustificato la cosa affermando che aveva bisogno della casa degli enti perché versava metà del suo stipendio di parlamentare al partito (all'epoca consistente in circa 12 milioni di Lire al mese).

Appassionato di vela D'Alema è stato proprietario di una prima barca a vela, la Ikarus, e successivamente – con i proventi della vendita della stessa integrati dalla vendita di una casa nel frattempo ereditata dal padre e da un leasing ha acquistato, in comproprietà, una nuova barca a vela, la Ikarus II, lunga 18 metri, che è stata pagata la metà del prezzo originale: i cantieri "Stella Polare" di Fiumicino gliel'avrebbero regalata per questioni di pubblicità ma lui ha voluto comunque almeno pagarne la metà.

Fonti: wikipedia.com

venerdì 7 marzo 2008

Pasolini "nostradamus" moderno



Ieri sera ho seguito, insieme ad un manipolo di temerari (o carbonari) che credono che sia meglio uscire ed anadare a teatro piuttosto che stare a casa di fronte ad un schermo a colori (gente rara), lo spettacolo di Oliviero Beha volevoesserepasolini.com trovandolo molto interessante ed intelligente, forse un pò troppo sfacciatamente schierato anche se non risparmia critiche a nessuno, nell'intento (riuscito) di rileggere la situazione politica e sociale dell'Italia attraverso le parole, e quindi il pensiero, di Pasolini che fu, con buona probabilità, il più grande intellettuale moderno italiano, con buona pace dei molti italiani che lo considerano solo un invertito o un pervertito, di quelli che lo ignorano perchè scomodo, di quelli che lo contestano forse perchè non fu mai servo di padroni, editori o poteri forti.
Pasolini vide, o previde, la pericolosa deriva della nostra società e di conseguenza del nostro paese. Capì con largo anticipo ciò che sarebbe divenuta la televisione (e forse capirebbe cosa potrà diventare internet): una imbonitrice di masse. Notò nel potere politico la tendenza ad autoalimentarsi, a divenire un mostro tentacolare ermafrodito, uno stato nello stato a cui non si possono imporre regole ma da cui dobbiamo subire le decisioni, un deus ex macchina che ingloba al suo interno anche il Partito Comunista Italiano quello che in Italia dovrebbe incarnare la lotta al potere ma che poi dal potere viene assorbito.
Beha parte dalle parole che potete leggere qua sotto per scatenare la sua critica al nostro piccoloborghesismo permissivista, parole tanto forti quanto attuali.

Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.


C'è chi sa e finge di non sapere e chi oramai non vuole più sapere, noi.

giovedì 21 febbraio 2008

Marcello Dell'Utri il Bibliofilo



Marcello Dell'Utri nasce a Palermo 11 Settembre 1941.

Conseguita la maturità classica a Palermo, compie dal 1961 a Milano gli studi universitari laureandosi in giurisprudenza presso l'Università Statale. Qui conosce Silvio Berlusconi. Nel 1964, a 23 anni, lavora come segretario per Berlusconi, che sponsorizza il Torrescalla, piccola squadra di calcio di cui Dell'Utri è allenatore.

Successivamente (1965) si trasferisce a Roma, dove dirige per un paio di anni il Gruppo Sportivo ELIS nel quartiere Tiburtino - Casal Bruciato, presso il Centro internazionale per la gioventù lavoratrice, nato nel 1964 per volontà di Papa Giovanni XXIII e gestito dall'Opus Dei.

Torna poi (1967) a Palermo, dove opera di nuovo come direttore sportivo, presso l'Athletic Club Bacigalupo; durante questa esperienza, per sua esplicita ammissione, conosce Vittorio Mangano e Gaetano Cinà.

Dopo tre anni (1970) inizia a lavorare per la Cassa di Risparmio delle province siciliane a Catania (ma toh, ndr) e l'anno seguente (1971) viene trasferito alla filiale di Belmonte Mezzagno (ma toh, ndr). Dopo due anni (1973) viene promosso alla direzione generale della Sicilcassa a Palermo (ma toh, ndr), servizio di credito agrario.

L'anno seguente (1974) torna a Milano per lavorare presso l'Edilnord, su richiesta di Silvio Berlusconi, per il quale svolge anche la mansione di segretario; segue in particolare i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, dopo che Berlusconi l'ha acquistata ad un prezzo di favore dalla marchesina Annamaria Casati Stampa (di cui Cesare Previti era il tutore legale (ma toh, ndr)).

Il 7 luglio porta nella villa di Arcore Vittorio Mangano che viene assunto da Berlusconi nel ruolo di stalliere (ma toh, ndr). Mangano è un giovane mafioso, divenuto successivamente esponente di spicco del clan di Porta Nuova a Palermo, e in quel periodo ha già a suo carico 3 arresti e varie denunce e condanne, nonché una diffida risalente al 1967 come "persona pericolosa". Dopo l'arresto di Mangano sia Berlusconi che Dell'Utri hanno dichiarato ai carabinieri di non essere a conoscenza delle sue attività criminali.

Il 24 ottobre 1976 Dell'Utri si trova insieme a Vittorio Mangano e ad altri mafiosi alla festa di compleanno del boss catanese Antonino Calderone, al ristorante "Le Colline Pistoiesi" di Milano.

Nel 1977 si dimette da Edilnord e viene assunto alla Inim di Rapisarda, che ha relazioni con personalità di spicco della mafia quali Ciancimino e i Cuntrera-Caruana. Diventa poi amministratore delegato della Bresciano Costruzioni, che dopo pochi anni va in bancarotta fraudolenta (ma toh, ndr).

Nel 1980 la Criminalpol di Milano, nell'ambito di un'indagine di droga, intercetta una telefonata tra Mangano e Dell'Utri. In questa telefonata, divenuta celebre, Mangano parla di un "cavallo" e propone a Dell'Utri di entrare nell'affare. Il Giudice Borsellino al riguardo dichiarò: « Sì, tra l'altro questa tesi dei cavalli - che vogliono dire droga - è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga. »


Il 19 aprile dello stesso anno è a Londra, dove partecipa al matrimonio di Jimmy Fauci, boss mafioso che gestisce il traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada. Nel 1982 inizia come dirigente la sua attività in Publitalia '80 (ma toh, ndr), la società per la raccolta pubblicitaria della Fininvest, di cui diventa Presidente e Amministratore Delegato. Un anno dopo (1983), nell'ambito di un blitz di arresti compiuti a Milano contro la mafia dei casinò, viene trovato nella residenza del boss mafioso catanese Gaetano Corallo. Nel 1984 viene promosso ad amministratore delegato del gruppo Fininvest (ma toh, ndr).

Nel 1992 (gennaio-febbraio) Vincenzo Garraffa, ex senatore del Partito Repubblicano Italiano e presidente della Pallacanestro Trapani, riceve la visita del boss trapanese Vincenzo Virga (poi latitante e condannato per omicidio oggi in carcere): «Mi manda Dell'Utri», dice il boss venuto a riscuotere un presunto credito in nero preteso da Dell'Utri. L'episodio, denunciato da Garraffa, è stato accertato dal tribunale di Milano, che nel maggio 2004 ha condannato Dell'Utri e Virga a 2 anni per tentata estorsione in primo grado, e confermando la condanna in appello nel 2007.

Nel 1993 fonda Forza Italia insieme a Silvio Berlusconi (ma toh, ndr). Nel 1996 è deputato al Parlamento nazionale, dal 1999 è parlamentare europeo e nelle elezioni politiche del 2001 viene eletto (nel collegio 1 di Milano) Senatore della Repubblica.

Nel 1995 viene arrestato a Torino con l'accusa di aver inquinato le prove nell'inchiesta sui fondi neri di Publitalia.

Nell'aprile 1996, mentre è imputato a Torino per false fatture e frode fiscale e indagato a Palermo per Mafia, Dell'Utri diventa deputato di Forza Italia in Parlamento (ma toh, ndr).

Nel 1999 viene condannato definitivamente - sentenza passata in giudicato - per frode fiscale e false fatture con una pena di 2 anni e 3 mesi di reclusione. Nello stesso anno viene eletto parlamentare europeo e nel 2001 Senatore della Repubblica (ma toh, ndr). Come senatore ha ricoperto, tra le altre, la carica di Presidente della Commissione per la Biblioteca del Senato, di cui attualmente è membro.

È presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato e della Fondazione Il Circolo del Buon Governo. Nel 1999 fonda la rete nazionale di associazioni culturali Il Circolo, nati con l'intento di essere un'area di libero scambio del pensiero liberale e giunti ad avere più di 3000 sedi distribuite su tutto il territorio nazionale e nel 2001 è membro del comitato scientifico che organizza la settima edizione della "Città del libro", rassegna nazionale degli editori, a Campi Salentina (Lecce).

Nel 2002 fonda il settimanale di cultura "Il Domenicale", direttore Angelo Crespi, di cui è tuttora l'editore.

L'8 febbraio 2007 Letizia Moratti, sindaco di Milano, lo nomina direttore artistico del prestigioso Teatro Lirico, provocando le proteste inferocite di Vittorio Sgarbi.

L'11 febbraio 2007 Dell'Utri annuncia di aver ricevuto dai figli di un partigiano deceduto (di cui si rifiuta di rivelare il nome) cinque presunti diari manoscritti da Benito Mussolini, contenenti appunti dal 1935 al 1939. Alcuni storici come Francesco Perfetti si esprimono in favore dell'autenticità, altri come Giovanni Sabatucci, Valerio Castronovo e Denis Mack Smith si esprimono al riguardo con scetticismo. Pochi giorni più tardi L'Espresso annuncia che uno studio smentirebbe l'autenticità dei diari.

Nel 10 settembre 2007 entra nel consiglio d'amministrazione del gruppo editoriale E Polis, che pubblica 15 quotidiani free-press in tutta Italia e diventa presidente della concessionaria di pubblicità, denominata Publiepolis spa. Nel febbraio 2008 dopo appena cinque mesi, si dimette in maniera irrevocabile da entrambi gli incarichi.

Marcello Dell'Utri ha un suo sito ufficiale il cui dominio è stato registrato sin dal 2001. attualmente è offline ma ci regala una massima e ci tiene aggiornati sul santo del giorno.

Fonti:
wikipedia.it

lunedì 18 febbraio 2008

Al voto!!! Vol. II


Parliamo di astensionismo, idea che seprenteggia si dice tra gli ex prodiani, ma io so che anche a destra c'è qualcuno che si è un pò, come dire, "scassato u'cazzo".

Gli astensionisti sono coloro che in generale non votano nessun partito ma per essere precisi si può dividerli in tre categorie: ci sono quelli che se ne stanno a casa detti "gli integralisti" quelli che rifiutano la politica, il governo, lo stato; ci sono quelli che votano scheda bianca detti "gli agnostici" coloro che non sanno che fare ed allora non fanno nulla; ci sono quelli che annullano la scheda e lo fanno in svariati modi, il più ricorrente dei quali è disegnare un cazzo stilizzato, e per questo sono chiamati "gli imbrattatori", essi sono convinti del fatto che annullare la scheda sia meglio che la scheda bianca, ma non sanno che questa è solo una leggenda.
Come leggenda è la mail che mi è arrivata sull'astensionismo attivo e che recita così:
l'astensionismo attivo ovvero rifiuto della scheda.
come ben sapete l'astensionismo passivo non fa percentuale di media votanti e riguardo alle elezioni legislative il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione(a differenza dei referendum dove è richiesto un quorum del 50%+1 degli elettori).
quindi se anche per assurdo nella consultazione elettorale votassero tre persone,ciò che uscirebbe dalle urne sarebbe considerata valida espressione della volontà popolare e si procederebbe quindi all'attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre schede.
Altresì le schede bianche è nulle,fanno si percentuale votanti,ma vengono ripartite,dopo la verifica in sede di collegio di garanzia che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle,in un unico cumulo da ripartire nel cosidetto premio di maggioranza....(per assurdo sempre votando bianca o nulla se alle prossime elezioni vincesse berlusconi le sudette schede andrebbero attribuite nel premio di forza italia).
Esiste però un metodo astensivo,che garantisce di essere percentuale votante(quindi non delegante) ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.
è infatti facoltà dell'elettore di recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale,AVVALERSI DEL DIRITTO DI RIFUTARE LA SCHEDA,assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione.
è possibile inoltre ALLEGARE IN CALCE AL VERBALE,UNA BREVE DICHIARAZIONE IN CUI SE VUOLE,L'ELETTORE HA IL DIRITTO DI ESPRIMERE LE MOTIVAZIONI DEL SUO RIFIUTO(es. nessuno degli schieramenti qui riportati mi rappresenta)
Tale sistema oltre a rallentare e rendere difficoltose le operazioni di voto e scrutinio(è obbligatorio compilare infatti per ogni scheda rifiutata un apposito verbale) rende inattribuibile il voto,in quanto la legge consente solo l'attribuzione delle schede contenute nell'urna al momento dell'apertura della stessa,creando una discrepanza tra percentuale votanti e voti attribuibili e di conseguenza un problema di difficile,se non impossibile attiribuzione(specie se il fenomeno raggiungesse quote notevoli) di seggi,infatti in linea teorica(non è mai successo) se la quantità di schede rifiutate raggiungesse la quota di voti necessaria per l'attribuzione di un seggio,tale seggio non potrebbe essere attribuito.

L'idea è affascinante anche se non credo che siano molte le persone che in Italia si facciano lo sbattimento di uscire di casa e menare un cinema al seggio che non finisce più... è affascinante dicevo perchè sarebbe bellissimo vedere cosa succederebbe all'interno dei seggi... chissà poi le facce degli scrutatori che, completamente impreparati, darebbero risposte diverse non solo tra città e città, tra seggio e seggio ma secondo me anche all'interno del seggio stesso.
Detto questo la mail è, credo, una bella bufala, tipica della superinformazioneglobale, che oramai si è ridotta a noninformazione o meglio fantainformazione.
Non esiste infatti nella attuale legge elettorale una possibilità come quella descritta, a questo link trovate il manuale elettorale tratto dalla legge in essere(altre info le trovate qui, se trovate però qualche documento che attesta qualche possibilità non esitate a segnalarmelo.

Per il momento si può dire che il metodo più efficace di astensione è starsene a casa e considerare le elezioni del 13 Aprile come un atto unilaterale di una entità parastatale che non ha nulla a che vedere con lo stato italiano, pecore permettendo.

Ps: vi segnalo una chicca... IL PARTITO IO NON VOTO, non ci volevo credere ed invece l'hanno fatto davvero, cioè ti dicono che se non vuoi andare a votare puoi andarci lo stesso votando però il loro simbolo perchè così loro andranno e metteranno in pratica il loro programma e però poi i soldi li danno alla ricerca sul cancro e poi magari mandano via i politici attuali che poi sono il cancro dell'italia..... insomma non ci ho capito un cazzo magari dategli un occhiata e spiegatemelo voi

giovedì 7 febbraio 2008

Al voto!!! Vol. I


Ma che bello, andiamo a rivotare!!!

Chissà cosa ci racconteranno di bello questa volta... il modo migliore è andare a controllare sui loro bei siti!

Cominciamo dal soggetto "nuovo" del panorama italiano il PD, Partito Democratico: nel suo sito tutto è democratico: dal partito in primis sino alle le foto, dai materiali (logos, volantini e poersino spot!!) fino alla faccia di Veltroni. Ma non è tutto solo democartico, è anche nuovo!
Nuova politica, nuova Italia e poi innovazione innovazione innnovazione prima di tutto... ed infatti il Pd risponde subito a queste esigenze con coordinatori nazionali quali: Cacciari Massimo, Castagnetti Pierluigi, Chiamparino Sergio, Cofferati Sergio, Fassino Piero, Gruber Lilly, Iervolino Rosa, Penati Filippo; ponendo poi come presidente dell'assemblea costituente lui, Romanone Prodi. Di programma nemmeno a parlarne ma in fondo con i nomi che si ritrova dovrebbe bastare la ventata di novità!!!
Di particolare rilievo i messaggi lasciati spontaneamente.... dagli italiani nel forum, voglio segnalare in particolare due post: uno che si intitola "Dobbiamo votare Veltroni" scritto da un tizio che ha scelto come nick la frase "Libertà agli italiani" strizzando l'occhio, come del resto fa il suo idolo Walter, al buon Silvio che sull'uso della parola libertà potrebbe scrivere un'enciclopedia definitiva, il secondo invece è una dissertazione sulla nuova legge elettorale che però mi sa che sarà fatta ancora dal buon Calderoli che tra una passeggiata col suo maiale e l'altra magari riesce a metterla giù in modo tale che il nostro voto non conta più nulla e decidono tutto loro, con buona pace dei piddiisti che tanto non se la menano mai più di tanto. Comunque il forum merita.... merita.... merita (sigh).

Ma passiamo al fronte opposto dall'unico partito che conta veramente, siori e siori ecco qua, nel blu dipinto di blu, il sito di Forza Italia.
Qui è il popolo che la fa da padrone! Infatti, come nel più classico dei viaggi catartici, Silvio (che giusto per ricordarci quanto valgono le altre persone si mette nella barra di navigazione come primo titolo, prima ancora del chi siamo) partito dal volgo, da una nave da crociera cantando al piano bar, dopo aver scalato posizioni, costruito imperi, creato ideologie ed essere arrivato al culmine del potere ritorna là... dal popolo... da dove è venuto per chiedere consiglio e conoscere la via giusta da intraprendere.
Ed il popolo è inviatato a navigare nel suo sito ed a guardare queste belle foto, questi bei video (altri ce ne sono qui), tutto materiale che immagino non sia tanto democratico quanto popolare e libero. Ma non finisce qui perchè Silvio ci invita anche fare qualcosa di più concreto tipo aprire una petizione on line, credendo però che al massimo sarebbero state aperte petizioni per chiudere gli Ospedali e le scuole pubbliche, per abolire le tasse sui beni di lusso, per liberalizzare la costruzione di megaville sulla battigia di proprietà demagnale ed invece, autogol clamoroso, è stata aperta una petizione per non andare a votare il 13 e 14 Aprile, che ha ricevuto per ora un voto....:-)) e che prontamente sponsorizzo su questo Blog. Diavolo di un Silvio sempre pronto a tendere la mano ai tuoi detrattori! Se poi sei un elettore di sinistra deluso che vuoi gridare la tua rabbia e comunicare al mondo intero che da ora in poi crederai solo a Silvio lo Spazio azzurro è il posto giusto per te mentre i cattivoni che scrivono insulti sono, popolarmente e libertarimente messi qui!
Purtroppo non c'è traccia nemmeno qui di un straccio di programma, c'è solo la faccia di bondi che galleggia a metà pagina che invoca, con una dichiarazione ermetica, toni moderati in campagna elettorale ma in fondo cosa pretendo tanto se non posso scegliere il mio candidato preferito alle elezioni cosa me ne frega di cosa faranno e se mai rispetteranno le promesse che mi dicono a voce.

A presto i commenti sui partiti... minori.